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rubrica di Stefano Berardi.


I fuochi flauti sono piccoli fuochi accesi nella notte dell’umanità da chi in essa continua a vedere una speranza e con fiducia continua a credere.
Questi fuochi non sono fatui, sono flauti, non sono accesi invano, ne presto si spegneranno, ma continuano a cantare la loro canzone di speranza e come ogni parola, nota, pittura, sguardo, sorriso che l’uomo ha rivolto ai suoi simili nella speranza di renderci migliori, restano; come pietre miliari nel cammino del genere umano.

Da questo cammino ogni mese ripeschiamo un fuoco musicale per darci speranza, per farci meditare, per scuoterci, per ricordarci sempre che migliorandoci, miglioriamo il mondo e che uno migliore è possibile.

In questa nuova rubrica troverete un po’ di tutto, stralci di romanzi, articoli, poesie, interviste degli autori più vari, accompagnati da brevi note.

Testi mai troppo lunghi, piccoli fuochi flauti da ascoltare con calma, lasciandogli il tempo di penetrare in profondità.

Buona lettura


fuoco flauto n. 1
Scarpe

Stando più basso di loro che mi circondano seduti sul declivio, vedo luccicar le brocche delle cento scarpe ferrate.
Attacco a parlar scarpe, allora.
Pochi han serbato le proprie.
Avevano la moglie o il padre a cui doverle passare; erano scarpe aspettate.
Eppoi sono stati tentati dalle scarpe nuove che dà la patria.
La patria – che è tanto potente – avrà certo preparato scarpe migliori del loro ciabattino.
Ma quelli che han confidato nella patria, si sono sbagliati; quelli che confidano nel ciabattino han fatto bene.
Levano il piede asciutto di dentro l’onesta scarpa puntuta del montanaro, tomaia arcuata sui cui scivola l’acqua, suola che non sporge per farsi vedere, ma aderisce alla tomaia con stretta fessura che un fià de grasso basta a impermeabilizzare.
Le scarpe che la patria ha dato – invece – son massa grame.
O se bagnassero soltanto d’acqua!
Ma mordono cogli acidi di conciatura!
O se bagnassero solo quando piove!
Ma sentono la nuvola in cielo; se appare la nuvola siamo belle fregati.
Sono il nostro barometro le scarpe della patria.
O se sciupassero soltanto i piedi!
Ma sciupano le calze col tannino. Sapete che una calza dura una marcia a un soldato?
Si nutre di calze la scarpa americana.
“Noi erimo abituati che nele nostre scarpe prima d’un ano no ghe pioveva”.
E’ una parola che fa pensare.
Eppoi, anche la forma sbagliata.
E’ stata scelta la scarpa quadra.
Ma noi non siamo plantigradi americani.
A noi ci vuole la scarpa puntuta perché sotto la punta c’è il dito grosso, dito forte che piega, che trova la ruga sulla parete e ci si tiene; che spezza la crosta, che fruga.
Scarpa che si cambia: piede sinistro fa piede destro, quando uno è più consumato.
Abbiamo perso al sua utilità così giovevole all’alpino.
E perché tanto forti nel mantice, dove bisogna esser gentili?
Guardo con tristezza le scarpe della civiltà presuntuosa che ha spezzato quelle primitive, figlie allo zoccolo montanaro e somiglianti al loro padre.
E’ la superba civiltà del progresso senza confini.
Da una parte entra i bovi; dall’altra esce 3000 tomaia confezionate.
O se sciupassero solo i piedi queste tomaie civili!
O se bagnassero solo quando piove!
Ma durano bagnate nella locanda del vento che ‘è la camerata.
Guardo con tristezza le scarpe della nostra potente patria: le mie e le loro, qui su questo prato d’Italia dove vorrei spiegare perché la scarpa d’Italia è la migliore.
Poi dico: ragazzi, sopportiamo perché è la nostra patria.
Facciamo conto di essere un po’ maltrattati da nostra madre.
Rimediamo col grasso, rimediamo con la cura.
Ho saputo che un nostro capitano ha fatto fare le 250 scarpe della sua compagnia, di tipo montanaro, da calzolai montanari.
Ha speso di più, ma tutti i soldati han pagato la differenza volentieri.
E’ un falso risparmio quello della meccanizzazione moderna.
E’ una falsa moltiplicazione dei beni questa civiltà cittadina.
Tutti i beni sono limitati da inviolabili confini.
Chi non li conosce paga pena.
Queste scarpe che non durano, che mal si possono riparare, fan scontar proprio in tempo e denaro il vantaggio di tempo e denaro realizzato colla celerità di confezione.


Piero Jahier, Con me e con gli alpini, Mursia

Piero Jahier (Genova, 11 aprile 1884 – Firenze, 10 settembre 1966) è stato uno scrittore e poeta italiano.
Nacque a Genova nel 1894 da famiglia, da parte del padre, piemontese e protestante, e in questa città trascorse la sua fanciullezza. Compì i primi studi a Torino e a Susa dove il padre, pastore valdese… http://it.wikipedia.org/wiki/Piero_Jahier

Note

E’ subito chiaro Il grande rispetto di Jahier per le cose, per il loro valore in termini di lavoro, esperienza, fatica (erano scarpe aspettate); oggi si direbbe riciclo, riuso e sempre si è detto più semplicemente risparmio o buon senso.

Nella parte centrale del brano c’è un’analisi, del perché la scarpa italiana sia meglio di quella americana, così intelligente e puntuale da sembrare quella di un bravo designer, di un Munari ad esempio.

Anche i valori della tradizione e dell’esperienza, della vicinanza con la natura e con i suoi ritmi sono espressi chiaramente (…le scarpe [ ] primitive, figlie allo zoccolo montanaro e somiglianti al loro padre).

Ancora la critica alla civiltà della velocità, del finto risparmio (E’ la superba civiltà del progresso senza confini. Da una parte entra i bovi; dall’altra esce 3000 tomaia confezionate).

Jahier critica la Patria (Stato) col diritto di chi le è legato da profondo rispetto e affetto filiale (Facciamo conto di essere un po’ maltrattati da nostra madre).

E in fine un messaggio inequivocabile, lapidario e attualissimo (E’ un falso risparmio quello della meccanizzazione moderna. E’ una falsa moltiplicazione dei beni questa civiltà cittadina.
Tutti i beni sono limitati da inviolabili confini. Chi non li conosce paga pena. Queste scarpe che non durano, che mal si possono riparare, fan scontar proprio in tempo e denaro il vantaggio di tempo e denaro realizzato colla celerità di confezione
).

“Mi dicono pignolo, come in Italia chiamano chiunque faccia il proprio dovere”; la condotta morale di Piero Jahier era già considerata intransigente al suo tempo, figuriamoci oggi!
Eppure per qualcuno è un elisir che scalda cuore e mente e che invito a sorseggiare ri-scoprendo questo grandissimo autore.

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